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domenica 15 aprile 2012

IMU, accise, IVA, bye bye Italia!

Tasse, tasse e ancora tasse. Non era ancora finita la paura per una nuova tassa di due centesimi sugli SMS, che sembra arrivare una nuova stangata sulla benzina.
Il finanziamento alla protezione civile dimostra che il Governo è in grado di agire solo da un lato: quello delle entrate. La spending review del Ministro Giarda serve a ben poco, se ogni volta che si parla di manovre finanziarie, si sentono solo nuove tasse.
In questo caso la proposta è quella di aumentare di cinque centesimi l’accisa sui carburanti. Un’altra volta, dato che negli ultimi dodici mesi gli incrementi delle tasse sulla benzina hanno portato il prezzo vicino ai 2 euro al litro.
È mai possibile che si agisca sempre dal lato dell’entrate e mai da quello delle uscite?
La Spagna sarà in pericolo a causa della debolezza del sistema bancario, ma perlomeno Mariano Rajoy agisce principalmente dal lato del taglio delle spese e non ha toccato l’IVA.
In Italia invece, il Governo Monti, seguendo la scelta del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti si appresta ad alzare l’IVA fino al 23 per cento. Siamo ormai ai livelli del Portogallo e siamo a quattro punti percentuali in più rispetto a pochi mesi fa (il 21 per cento in più).
Oltre all’IVA c’è anche da ricordare la nuova IMU, che “per fortuna” potrà essere probabilmente pagata in tre rate. Come dire, morire dissanguati piuttosto che d’infarto. Purtroppo è l’economia italiana che è sull’orlo del collasso totale.
Come faranno le famiglie e le imprese a resistere? Come potranno pagare nei prossimi mesi una tassazione che supera abbondantemente il 53 per cento in termini reali di quanto si produce?
La situazione economica non migliora e il peggio non è alle spalle, bensì deve ancora arrivare. Non è un caso che la tensione sullo spread italiano rimane molto elevato. Il debito a dieci anni paga interessi pari al 200 per cento superiori a quelli di soli 12 mesi fa.
E il debito continua a salire, nonostante il continuo aumento della tassazione. È mai possibile? Certo, dato che come ricorda giustamente il professore Ugo Arrigo, con una contrazione del PIL nominale serve ben poco avere un avanzo primario.
Si parla ormai di una caduta del PIL di oltre 2 punti percentuali nel 2012, dopo che già nella seconda parte dell’anno l’economia italiana era in recessione. Con queste previsioni è impossibile arrivare al pareggio di bilancio e saranno necessarie altre manovre finanziarie tassaiole, come ricorda Oscar Giannino su queste colonne, mentre il debito corre oltre i 120 punti percentuali sul PIL e si accinge a sfondare quota 2000 miliardi di euro.
Dove troveranno gli italiani altre risorse? Non le troveranno.
Forse, invece, dovrebbe essere un Governo tecnico a trovare altre risorse, però questa volta non derivanti da nuove tasse. Non è facile, ma i tagli della spesa si stanno attuando in tanti paesi (non certo in Grecia dove in realtà il paese non è stato in grado di tagliare quasi nulla). Ed è mai possibile che i tanti carrozzoni di Stato continuino a rimanere stretti nelle mani della politica? La parola privatizzazione non dice nulla?
Se tagli e privatizzazioni non saranno attuati velocemente, si potrà purtroppo dire: bye bye Italia.

Andrea Giuricin
chicago blog

domenica 1 aprile 2012

Allarme fallimenti: toccato il record nel 2011, oltre 11.600

 

Nel 2011 ben 11.615 aziende hanno chiuso i battenti per fallimento, un dato mai toccato in questi ultimi 4 anni di grave crisi economica. Un record che ci segnala quanto siano in difficoltà le imprese italiane, soprattutto quelle di piccole dimensioni che, come ricorda la CGIA, continuano a rimanere il motore occupazionale ed economico del Paese.
“La stretta creditizia, i ritardi nei pagamenti e il forte calo della domanda interna -  segnala il segretario della CGIA di Mestre Giuseppe Bortolussi – sono le principali cause che hanno costretto molti piccoli  a portare i libri in Tribunale. Purtroppo, questo dramma non è stato vissuto solo da questi datori di lavoro, ma anche dai loro dipendenti che, secondo una nostra prima stima, in almeno 50.000 hanno perso il posto di lavoro”. 
Ma, ricordano dalla CGIA, il fallimento di un imprenditore non è solo economico, spesso viene vissuto da queste persone come un fallimento personale che, in casi estremi, ha portato decine e decine di piccoli imprenditori a togliersi la vita.
“La sequenza di suicidi e di tentativi di suicidio avvenuta tra i piccoli imprenditori in questi ultimi mesi – prosegue Bortolussi – sembra non sia destinata  a fermarsi. Solo in questa settimana, due artigiani, a Bologna e a Novara, hanno tentato di farla finita per ragioni economiche. Bisogna intervenire subito e dare una risposta emergenziale a questa situazione che rischia di esplodere. Per questo invitiamo il Governo ad istituire un fondo di solidarietà che corra in aiuto a chi si trova a corto di liquidità”.
Infine, il segretario della CGIA di Mestre ritorna sui dati pubblicati ieri dal ministero delle Finanze.
“Attenti a dare queste chiavi interpretative fuorvianti e non corrispondenti alla realtà. Le comparazioni vanno fatte  tra soggetti omogenei, ad esempio tra artigiani e i loro dipendenti. Ebbene, se confrontiamo il reddito di un dipendente metalmeccanico con quello del suo titolare artigiano, quest’ultimo dichiara oltre il 40% in più, con buona pace di chi vuole etichettare gli imprenditori  come un popolo di evasori”. 



IMPRESE: N°  FALLIMENTI (anno 2011) 
  N. fallimentiFallimenti ogni 10.000 imprese attive
 LOMBARDIA           2.61331,5
 LAZIO               1.21526,1
 FRIULI-VENEZIA GIULIA25025,4
 MARCHE               39825,0
 VENETO              1.12224,4
 TOSCANA             84322,9
 UMBRIA              18522,1
 CAMPANIA            1.00821,3
 EMILIA ROMAGNA      89920,9
 PIEMONTE             85720,4
 LIGURIA             23516,4
 CALABRIA            24915,8
 SICILIA             60115,8
 PUGLIA              52915,6
 MOLISE              4915,2
 SARDEGNA            21314,4
 ABRUZZO             18013,5
 TRENTINO A.A.12211,9
 VALLE D’AOSTA       97,3
 BASILICATA          387,0
 ITALIA11.61521,9
    
    
 Elaborazione Ufficio Studi CGIA Mestre

domenica 18 marzo 2012

IL MADE IN ITALY E’ MALATO, SI PUO’ CURARE?

Il modo sbagliato per affrontare la crisi è pensare che sia arrivata nel 2008, per via delle ripercussioni sull’economia e sul lavoro della situazione finanziaria mondiale. È una litania recitata a sproposito, che il governo Monti sembra non pronunciare. A ragion veduta: l’economia italiana è la penultima al mondo per crescita negli ultimi dieci anni, mentre nei vent’anni trascorsi il nostro sistema economico è cresciuto la metà degli altri paesi occidentali. Un rallentamento vistoso e progressivo, che la crisi finanziaria globale ha semplicemente reso ancora più evidente, mostrando come l’inadeguatezza della nostra classe politica si sia accompagnata anche a scelte sbagliate di molte banche ed imprese italiane.
Il Made in Italy è malato da tempo, colpito da un tumore che ha aggredito le basi del nostro saper fare e della capacità competitiva del sistema delle imprese. Andare all’origine, conoscere le cause del morbo che impedisce la crescita è fondamentale: non c’è crescita possibile senza la ripresa delle nostre attività produttive sul mercato.
I dati regionali relativi agli aspetti della competitività e dei fattori di innovazione ci spiegano molti dei fenomeni all’origine della crisi. La capacità innovativa è indice dello stato di salute di una economia e mostra quindi come e dove siano individuabili gli aspetti di forza e debolezza delle nostre economie territoriali. I report europei segnalano come l’Italia si presenti ancora in condizioni abbastanza buone negli indicatori che riguardano la tenuta finanziaria delle imprese, le politiche di sostegno e nell’area relativa alle potenzialità economiche del mercato. L’Italia resta ancora nei suoi fondamentali un paese in grado di generare ricchezza, anche se meno che nel passato, non per effetto della crisi, ma per l’indebolimento della capacità di innovazione. Su questo le rilevazioni economiche sono impietose e mostrano la nostra progressiva perdita di anticorpi di questi anni.
L’Italia è infatti sempre più debole nelle risorse umane, negli investimenti aziendali, nel sistema delle reti, nell’imprenditorialità, nei fattori innovativi. L’Italia non è più un paese in grado di generare lavoro di qualità, rispetto a quanto siamo stati in grado di fare nel nostro recente passato.
La crisi del 2008 non ha fatto che accentuare questi fenomeni.
I dati ci dicono che l’Italia negli ultimi dieci anni, rispetto agli altri paesi occidentali, ha investito poco e male proprio sugli elementi di fondo della capacità competitiva. Siamo al sedicesimo posto in Europa per innovazione e ricerca, mentre sulla formazione, l’istruzione ed il funzionamento del mercato del lavoro siamo addirittura precipitati secondo l’Ocse al ventiquattresimo posto sui ventisette paesi dell’Unione Europea. Il declassamento della nostra solidità finanziaria delle agenzie di rating si è quindi semplicemente allineato al declassamento della nostra posizione rispetto ai fondamentali dell’economia reale, che non riguardano tanto gli aspetti finanziari, ma la capacità d’agire, la formazione, la ricerca, il lavoro, la qualità dei servizi.
È quindi piuttosto paradossale che nel paese del Made in Italy faccia più notizia il rating finanziario che il livello della nostra competitività. Eppure le basi della nostra economia, su cui intervenire per stimolare la crescita riguardano proprio il “saper fare”, come aggiornare ed innovare le nostre competenze ed i nostri prodotti, per crescere sul mercato. Sono competenze e conoscenze che spesso riguardano le vocazioni produttive dei nostri territori e che si sono sviluppate a volte durante secoli. Alimentare la nostra cultura del lavoro significa intervenire per aggiornare saperi spesso antichi, attraverso tecnologia, marketing e ricerca.
Il declino di questi anni è legato all’indebolimento delle reti di impresa, dei distretti specializzati del Made in Italy. Dieci anni fa i sistemi distrettuali, nelle diverse forme di aggregazione, erano circa duecento, oggi sono intorno ai centoquaranta. Se le reti delle nostre piccole imprese si sono indebolite è anche perché spesso operano come fornitrici di grandi marchi, la cui politica negli anni scorsi è stata spesso legata più ad obiettivi speculativi che al rafforzamento delle proprie posizioni di mercato.
Con le grandi imprese a capo della filiera produttiva poco impegnate ad investire sui prodotti e sul capitale umano, le reti di piccole imprese e dell’artigianato di qualità si sono trovate spesso sole, a dover reinventare il proprio mercato. Senza politiche di sviluppo e sistemi territoriali organizzati non è però facile per le nostre piccole imprese emergere e competere da sole, mentre le grandi imprese delocalizzano ed operano con più attenzione al mercato finanziario che a quello del prodotto.
È quello che è accaduto in parte al sistema moda: mentre le grandi famiglie proprietarie agivano e compravano nella privatizzazione degli ex monopoli pubblici, altrove gli imprenditori continuavano soprattutto a far bene il loro mestiere, togliendo ingenti quote di mercato a chi intanto aveva altri obiettivi.
È il caso di Amajo Ortega, schivo industriale tessile spagnolo, che proprio mentre i protagonisti del tessile italiano entravano in crisi, è diventato l’uomo più ricco d’Europa, vendendo prodotti con marchi (come Zara, Massimo Dutti, Stradivarius) e soprattutto un design che richiamano proprio lo stile italiano. L’inizio della crisi del sistema dei grandi marchi è iniziato proprio quando i nostri imprenditori leader hanno incominciato a spendere i guadagni non per tenere le posizioni sul mercato, ma per far incetta di beni pubblici ed entrare nel gotha finanziario.
Familismo e speculazione hanno portato alle note vicende degli ultimi anni, con grandi imprenditori in carcere per crack finanziario e tanti marchi importanti ceduti all’estero. Da Gucci a Brioni: il fatto che il Made in Italy diventi Made in France smentisce l’assunto che sia solo un problema di concorrenza con la Cina o con il terzo mondo ed evidenzia l’inadeguatezza del sistema familiare che regge le sorti della nostra economia. In molti casi la delocalizzazione all’estero è solo l’anticamera del fallimento di imprese che non sono riuscite a reggere sulla sfida della qualità, perché non hanno investito.
Il livello di investimento medio delle imprese italiane per ricerca ed innovazione tecnologica è tra i più bassi d’Europa: questo spiega le ragioni della difficoltà di molte aziende, chiamate a competere per prodotti di basso livello con paesi in cui il costo del lavoro è molto inferiore al nostro. La competizione al ribasso è una sfida in cui siamo destinati a soccombere.
Una ricerca dell’Università Bocconi (pubblicata nel libro Classe dirigente di Boeri, Merlo e Prat) chiarisce il motivo di queste scelte: la logica del capitalismo familiare italiano funziona proprio come la nostra politica ed è intrisa di cortigianeria, si valorizzano i manager non tanto per i risultati, ma per la fedeltà alla famiglia ed all’assetto proprietario.
È quindi possibile ripartire solo se si interviene su alcune questioni di fondo, ricominciando da ciò che nonostante tutto continua a funzionare. In questi anni di disastri, se analizziamo i dati InfoCamere, ci sono circa duemila imprese italiane che hanno comunque continuato a crescere, ad investire e ad assumere. Sono imprese molto diverse tra loro, il denominatore comune sono proprio gli investimenti che hanno fatto in formazione, ricerca, marketing.
Perché questa linea sia seguita dal nostro sistema economico ci sono due “rivoluzioni culturali” che fanno fatte, seguendo l’esempio europeo. Bisogna selezionare e disintermediare.
Le politiche e le risorse devono selezionare e non garantire sempre, comunque e chiunque. Il sistema degli incentivi italiano è al tempo stesso lento, burocratico, ma poco selettivo. Gli incentivi vanno finalizzati: ai progetti, all’innovazione, all’occupazione. Se le istituzioni italiane non erogano servizi mirati, ma alimentano solo burocrazie, è più facile non selezionare: fanno bandi in cui l’agevolazione finisce al primo che arriva allo sportello. È una pratica diffusa e pericolosa, che non valuta il merito e lo sforzo di innovazione delle imprese che andrebbero premiate.
Solo la selezione, in un sistema come il nostro che ha diversi strumenti di incentivazione e di sostegno allo sviluppo, permette infatti all’impresa di finalizzare lo strumento al risultato, evitando per esempio di perpetuare uno dei vizi del nostro sistema di aiuti: utilizzare le agevolazioni per chi assume con lo scopo di abbattere il costo del lavoro, che in Italia è di circa otto volte superiore a quello dei paesi emergenti.
In questo modo è poi possibile disintermediare: attribuire incentivi, servizi e risorse in modo diretto, magari con istituzioni in grado di promuovere sul territorio quei venture capital che in Italia latitano e di cui le nuove generazioni prive di capitale famigliare hanno bisogno per fare impresa.
Ci vuole però competenza ed innovazione anche nelle istituzioni, se vogliamo che questo criterio sia presente nell’economia reale. Cambiare la logica del nostro welfare per il lavoro e delle nostre politiche per lo sviluppo, costruite per alimentare intermediazioni più che per erogare servizi e strumenti al destinatario, è fondamentale per riprendere quella strada del saper fare che il nostro umanesimo ha avviato secoli fa, promuovendo le basi culturali ed economiche di quel sistema che chiamiamo Made in Italy e che il mondo ha spesso ammirato.
di Romano Benini

sabato 25 febbraio 2012

Pensiero di un imprenditore del nord est

Propongo un post scritto e pubblicato dall'amico Stefano Turchetti sul suo blog "L'ultimo Camerlengo" perché significativo dello stato d'animo di molti imprenditori di quello che è stato il mitico nord est.  Mi ci sono riconosciuto nel leggere lo sfogo dell'imprenditore, in quel sentimento di rammarico misto a rabbia che scaturisce nel fare impresa oggi. Come si può andare avanti soffocati dalle tasse, dalla mancanza di credibilità nei confronti del mondo bancario e additati come evasori da campagne mediatiche scellerate messe in campo da chi dovrebbe per primo farsi un esame di coscienza? All'imprenditore tutta la mia comprensione e buona lettura.

LO SFOGO DI UN AMICO, IMPRENDITORE DEL MITICO NORD EST

Lo riporto così, come l'ho letto.
Sono convinto che il mio amico Mirko non è originale in questa scelta.
Però è SUO il tono accorato, la resa a questa sorta di migrazione sia pure da imprenditore, non certo con la valigia di cartone, SUA la  rabbia - dolore  per doversi allontanare per così tanto tempo dalla sua casa, dalla sua famiglia.
Il bello è che i motivi che spingono Mirko a fare impresa FUORI dell'Italia, portando quindi anche risorse e creando opportunità di lavoro all'estero, sono ben noti e sottolineati da tanti osservatori, studiosi, economisti, ben più noti e importanti di me e di lui: troppe tasse, troppa burocrazia, troppa rigidità del lavoro.
Ma dirlo pare serva a nulla.
Bé a Mirko e ai suoi  la più grande fortuna del mondo.


"Ultimamente faccio molta fatica a leggere i tuoi post Stefano, la ragione e la seguente, mi lacerano a tal punto lo stomaco che perdo l'appetito, ormai il tuo/ nostro urlo di protesta ha raggiunto il limite estremo di sopportazione, oggi mentre ti sto scrivendo abbiamo deciso di aprire una nuova società in un paese dove chi fa impresa viene accolto a braccia aperte, avremo il carico fiscale molto ma molto basso, lo stato farà in modo di espletare tutte le pratiche x inizio attività in 2 gg,certo questo mi porterà una lontananza da casa di almeno 4 giorni la settimana, ma dopo 26 anni di lavoro non ce la faccio proprio più a essere trattato come un vacca da mungere, quando siamo partiti io mio fratello e mio padre nel lontano 86 MAI avrei pensato di andarmene via da questo paese culla della Pmi, ma adesso basta, se tutto andrà come penso entro agosto tutto sarà pronto e sarò a 1 ora di volo da Brescia ma soprattutto in un paese che mi accoglierà come una fonte di ricchezza non come un delinquente evasore!!!!! In più mi è ritornata quella voglia di costruire di fare impresa, cosa che mi era passata da molti anni a sta parte,se hai voglia di ricominciare non c'e posto migliore del......... Ti racconterò tutto quando sarà iniziato il mio viaggio"

giovedì 23 febbraio 2012

Il profilo dei nuovi imprenditori italiani nel 2011

imprenditore Un terzo delle imprese italiane nate nel 2011 ha sede nel Mezzogiorno. A fondarle, in 3 casi su 4 è una persona di sesso maschile e per il 70% sono bastati 10mila euro per partire. L’obiettivo è la soddisfazione personale e professionale (lo afferma più del 57% di coloro che  hanno deciso di fondare, da titolari o da soci di maggioranza, una nuova azienda). E’ quanto emerge dall’indagine di Unioncamere su un campione di circa 9mila imprese attive nate nel corso del 2011 e per le quali è possibile identificare il settore di appartenenza, rappresentativo di circa 176mila nuove imprese iscritte nel corso dell’anno.
Si registra una quota di nuove iniziative imprenditoriali al Sud e nelle Isole pari al 30,9%, davanti a Nord Ovest (28,6%), Centro (21%) e Nord Est (19,5%). Nell’ipotizzare il futuro e la crescita dimensionale dei propri progetti i neoimprenditori italiani sono però piuttosto cauti: l’88,7% delle aziende non prevede la necessità di assumere personale nel breve periodo, preferendo aspettare i riscontri che il mercato darà alla nuova iniziativa di business. Solo le realtà che nascono con più di 10 addetti (la minoranza) prevedono di aumentare il numero degli occupati. Le opportunità imprenditoriali sono colte sempre più frequentemente dai giovani: infatti, supera il 26% (2 punti in più rispetto al 2010) l’incidenza degli under 30 e un ulteriore 19,1% di neo-imprenditori si colloca nella fascia di età tra i 31 e i 35 anni. Il restante 54,5% è da attribuire agli ultra 35enni, che si avvalgono maggiormente dell’esperienza nell’imboccare la strada verso la realizzazione del proprio progetto.
I nuovi imprenditori fanno affidamento su mezzi propri in 8 casi su 10, appoggiandosi semmai a finanziamenti ricercati nella cerchia di conoscenze personali o, in seconda battuta a prestiti bancari. L’investimento iniziale per dare avvio ad una nuova attività non supera i 10 mila euro nel 72,1% dei casi, quota che sale al 75,3% se l’impresa è aperta da individui al di sotto dei 35 anni.

http://www.fondazioneimpresa.it/

giovedì 9 febbraio 2012

In italia 1 impresa su 10 a rischio d’insolvenza

 

debiti Un’azienda su dieci è ad alto rischio di non pagare i fornitori. Più esposte le microimprese, anche se l’affidabilità registra un calo generalizzato, mentre le difficoltà maggiori si registrano nel settore dell’edilizia e del commercio all’ingrosso. E’ quanto emerge dall’Osservatorio sulla rischiosità commerciale realizzato da Cribis D&B, società del Gruppo Crif, che analizza il grado di affidabilità delle imprese italiane e la loro capacità di fronteggiare gli impegni presi nei confronti dei propri fornitori. Per le stime l’istituto si è affidato a numerose variabili aziendali, tra cui gli indici di bilancio, le esperienze di pagamento, la forma giuridica e le informazioni negative raccolte.
Allo scorso dicembre, l’88% delle imprese dell’edilizia risultava a rischio d’insolvenza medio-alto, seguito dall’84% del commercio all’ingrosso e dall’82% del trasporto; l’industria manifatturiera si ferma al 63%. In coda l’agricoltura con un profilo di rischio ridotto, appena il 13%. Complessivamente, circa l’11% delle imprese italiane ha registrato un’alta propensione a generare insoluti commerciali rispetto ai fornitori nei 12 mesi successivi. Un dato in crescita rispetto alle rilevazioni dei trimestri precedenti: a fine 2010 le imprese più rischiose rappresentavano, infatti, il 9,96% del totale. Per il resto, oltre il 45% del totale delle imprese ha un livello di rischiosità medio, per il 38% è medio-basso, mentre appena il 5,8% si è collocato nella classe di rischiosità bassa.
L’analisi di CRIBIS D&B mette in evidenza come, a 3 anni dall’inizio della crisi, le difficoltà delle imprese italiane non siano assolutamente superate. Al contrario, molte imprese che a fatica erano riuscite a non soccombere durante la prima fase della congiuntura economica negativa, anche grazie all’impiego diretto di capitali propri, sono entrate in crisi nel corso del 2011 per l’impossibilità di apportare nuove risorse in grado di sostenere ulteriormente l’attività.

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mercoledì 1 febbraio 2012

Per 1,5 milioni di imprenditori l’accesso al credito è un miraggio

accesso-della-carta-di-creditoL’Istituto SWG ha effettuato un’indagine, divulgata nel mese di gennaio 2012, sul raporto tra banche e imprese di piccole e medie dimensioni. Secondo le evidenze emerse dallo studio, la concessione di un prestito o di una linea di credito per una parte consistente delle PMI italiane, ovvero per quei 4 milioni e 100 mila imprenditori che rappresentano il 95,3% del sistema imprenditoriale italiano, è sempre più un miraggio lontano.
Oltre 1 milione e mezzo di imprenditori, pari al 35% delle imprese sotto i 50 dipendenti, dichiara di aver avuto difficoltà ad accedere al credito. Il 78% delle piccole e medie imprese ritiene invece l’attuale stretta creditizia considerevolmente peggiore rispetto a quella, già problematica, del 2008 e 2009. A mostrare segni di preoccupazione sono gli imprenditori di tutte le aree del paese, con particolare riferimento al Sud Italia (83%) e alle imprese che operano nel settore costruzioni (82%). Le difficoltà sembrano inoltre essere evidenti per le microimprese (numero di addetti inferiore a 10), che intravedono una situazione aggravata per il 79%.
Il 56% degli imprenditori denuncia l’irrigidimento dei criteri di selezione per la concessione di linee di credito delle istituzioni bancarie. Anche in questo senso, le condizioni peggiori da affrontare sono riscontrate da chi opera nel meridione (66%) e da chi possiede un’impresa di costruzioni (70%). Le banche, invece, sembrano essere state più permissive con chi lavora nella Pubblica Amministrazione (l’evidenziazione dell’irrigidimento si ferma al 41%). Pessime le previsioni per il futuro per la maggioranza degli intervistati (58%): risulta netta la previsione di un peggioramento dei rapporti con le banche.

www.fondazioneimpresa.it

 25 gennaio 2012