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giovedì 5 gennaio 2012

Allarme Cgia: le imprese italiane avanzano 40 miliardi di euro dalle As


Nei confronti delle imprese private, la CGIA di Mestre stima che i mancati pagamenti delle Asl e delleAziende ospedaliere hanno raggiunto, e probabilmente anche superato,  la soglia dei 40 miliardi di euro, il 70%  dei quali  è in capo alle strutture ospedaliere del Centro-Sud.


Una cifra imponente che si è accumulata negli anni a seguito dei ritardi con i quali la sanità salda i propri fornitori. Al Sud la situazione più drammatica: per quanto riguarda le forniture dei dispositivi medici, nei primi 11 mesi del 2011 i tempi medi di pagamento in Calabria hanno raggiunto i 925 giorni; 829 sono i giorni registrati in Molise; 771 in Campania e 387 nel Lazio. Le oasi più felici, invece,  sono le sanità  della Lombardia (112 giorni), del Friuli Venezia Giulia  (94 giorni) e del Trentino Alto Adige (92 giorni).

A livello medio nazionale il dato ha raggiunto i 299 giorni. Con l’avvento della crisi, l’allungamento dei tempi di incasso delle fatture emesse dalle aziende fornitrici è aumentato in quasi tutte le Regioni, con una punta di 234 giorni registrata in Calabria. Dal 2009 al 2011, solo sei Regioni hanno accorciato i tempi: la Valle d’Aosta ed il Trentino A.A. (-5 giorni), il Lazio (-9), la Lombardia (-13), la Basilicata (-48) e la Puglia (-92).

Per chi lavora con le Asl – dichiara Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestre – l’attesa del pagamento è diventata una vera e propria ‘via crucis’. Per  ricevere i soldi delle forniture di Tac, siringhe, farmaci, servizi di lavanderia, pulizie, mense e servizi di sterilizzazione bisogna attendere tempi biblici. Nel frattempo, le imprese che subiscono un aggravio di oneri connessi all’esposizione verso il sistema bancario, devono sostenere anche una serie di costi amministrativi per  sollecitare i pagamenti, senza contare che ancora una volta sono le piccole imprese a subire in misura maggiore gli effetti negativi del costante deterioramento della situazione di cassa degli Enti sanitari”.


A fronte di questa situazione, la CGIA rivolge un invito al Premier, Mario Monti, di  recepire in tempi brevi la Direttiva Europea contro i ritardi   dei pagamenti che prevede, nelle transazioni commerciali tra imprese private e tra imprese e Pubblica Amministrazione, il pagamento entro 30 o al massimo 60 giorni dalla data di ricevimento della fattura.


Tempi medi di pagamento della Sanità alle imprese (*)

In giorni (**)

Rank dei peggiori pagatori
Regioni
2009
2010
2011 (***)
Var. 
2009
1
CALABRIA
691
804
925
+234
2
MOLISE
630
761
829
+199
3
CAMPANIA
621
704
771
+150
4
LAZIO
396
400
387
-9
5
SARDEGNA
267
300
312
+45
6
PUGLIA
401
331
309
-92
ITALIA
277
285
299
+22
7
EMILIA ROMAGNA
272
278
288
+16
8
SICILIA
217
261
285
+68
9
VENETO
239
258
281
+42
10
PIEMONTE
261
243
273
+12
11
TOSCANA
200
232
246
+46
12
ABRUZZO
212
207
217
+5
13
LIGURIA
180
170
196
+16
14
UMBRIA
148
162
161
+13
15
MARCHE
146
124
157
+11
16
BASILICATA
188
140
140
-48
17
VALLE D’AOSTA
118
120
113
-5
18
LOMBARDIA
125
116
112
-13
19
FRIULI VENEZIA GIULIA
79
84
94
+15
20
TRENTINO ALTO ADIGE
97
91
92
-5


(*) Tempi medi di pagamento delle strutture sanitarie pubbliche con riferimento alle forniture di dispositivi medici.
(**) Numero dei giorni che, mediamente, separano la 
data di fatturazione dalla data di incasso,
ovvero indica il tempo medio di incasso di un’impresa fornitrice.

(***) Media dei primi 11 mesi del 2011.
Elaborazione Ufficio Studi CGIA di Mestre su dati Assobiomedica


mercoledì 21 dicembre 2011

SARA' RECESSIONE E SARA' GRAVE

 

di Sergio de Nardis 15.12.2011

Le regole europee impongono deflazione nei paesi squilibrati e i programmi di austerità la realizzano. L'applicazione di stime Fmi al consolidamento fiscale italiano mostra che l'assenza del cambio e la simultaneità dell'aggiustamento europeo rendono molto più gravoso l'impatto recessivo rispetto all'esperienza del 1992, quando si adottò una manovra simile. Solo un intervento della Bce, volto a sradicare le aspettative sfavorevoli dei mercati, orienterebbe in senso positivo un percorso altrimenti autodistruttivo. 
L’interrogarsi sull’impatto più o meno depressivo della manovra di finanza pubblica ha qualcosa di curioso. Sembra sfuggire che la manovra deve essere recessiva. Se non lo fosse o se, grazie a una magia delle aspettative, avesse addirittura effetti espansivi sulla domanda per consumi e investimenti sarebbe un problema. Si dovrebbero mettere in campo nuove misure fiscali di restrizione. Non è un paradosso. È il meccanismo di riequilibrio vigente nell’euro che comanda recessione. L’aggiustamento degli squilibri intra-area è esclusivamente a carico dei paesi in deficit di competitività e indebitati. E si deve espletare attraverso la contrazione della loro domanda interna e l’abbassamento delle dinamiche di prezzi e salari sotto quelle dei paesi “virtuosi”. Null’altro viene prescritto, men che meno per le economie in surplus che sono state concausa degli sbilanci intra-area. (1) Perché si fatica a prenderne atto? L’applicazione della regola europea, ribadita al vertice del 9 dicembre col progetto di una Unione fiscale di stabilità, si incardina su politiche deflative.

L'AMPIEZZA DELLA RECESSIONE

Se recessione da austerità ha da essere, la determinazione di quanto sarà profonda è, tuttavia, soggetta a un alto grado di incertezza per la situazione senza precedenti in cui ci si trova. Francesco Daveri,  propone un interessante confronto con l’altra grande manovra adottata dall’Italia un ventennio fa, quella di Giuliano Amato del settembre 1992 che fu di portata comparabile, nei valori assoluti attualizzati, con quelle cumulatesi dalla scorsa estate. Ma a parte la consonanza di cifre, sussistono differenze rispetto ad allora. Due sono fondamentali: non abbiamo più a disposizione il cambio, che nel 1992-93 si svalutò fortemente sostenendo le esportazioni; non siamo gli unici a stringere in Europa, anzi ci si trova nella pericolosa condizione, imposta dalle regole europee, di una deflazione praticamente coordinata, senza alcuna compensazione di stimolo altrove nell’area.
Per cercare di avere ordini di grandezza dei possibili effetti, tenendo conto delle differenze rispetto al 1992, si può ricorrere alle stime dell'Fmi che ha studiato oltre 170 episodi di aggiustamento fiscale di 17 paesi avanzati nel periodo 1980-2009. (2)La domanda a cui risponde il Fondo è: quanto è stato, in media nel panel esaminato, l’effetto sul Pil reale di una correzione di bilancio pari all’1 per cento di prodotto interno lordo? L'Fmi fornisce, quindi, delle elasticità di risposta che possono essere utilmente applicate al caso del consolidamento italiano. Procedendo in questo modo si suppone che il Pil dell’Italia reagirà nei prossimi anni all’azione di contenimento della finanza pubblica in modo simile a quanto si è osservato, in media, nelle 17 economie durante l’ultimo trentennio. (3)
La tabella 1 mostra nelle prime righe il valore delle manovre di riduzione dell’indebitamento netto della Pa decise tra luglio e dicembre (le due di Berlusconi e quella di Monti). L’aggiustamento, del 4,8 per cento a regime nel 2014, si modula in correzioni del 3 per cento il prossimo anno, dell’1,6 per cento nel 2013 e dello 0,3 per cento nel 2014. Applicando le elasticità stimate dall'Fmi nella simulazione base (caso A), l’effetto sul Pil italiano è di una perdita cumulata di 2,7 punti percentuali nel periodo 2012-14, concentrata nel 2012 e nel 2013 (quasi 1 punto all’anno) quando maggiore sarà lo sforzo di consolidamento. (4) Tali valutazioni sembrano compatibili con il limite minimo dell’impatto stimato in audizione dal Governatore di Banca d’Italia con riferimento alla sola manovra Monti (ammontante all’1,3 per cento del Pil): almeno lo 0,5 per cento di Pil in meno nell’arco del biennio 2012-13. (5)SE NON SI PUÒ AGIRE SUL CAMBIO

Ma è questo il caso rilevante per la situazione italiana? Forse per l’Italia del 1992-93, non per quella di oggi. Le simulazioni dell'Fmi includono esperienze di consolidamento fiscale tipicamente accompagnate da stimolo monetario e deprezzamento del cambio. Il primo ha consentito di contenere la flessione della domanda interna, il secondo ha sospinto le esportazioni nette. Entrambi questi canali di compensazione sono, però, assenti nelle attuali condizioni. Sul fronte dei tassi d’interesse, la politica monetaria ha perso efficacia nella trasmissione degli stimoli al sistema bancario e il rischio più che concreto è semmai quello di un credit crunch che si sommerebbe alla restrizione fiscale. Per il cambio, la svalutazione non può avere luogo per la porzione di interscambio dell’Italia (45 per cento) intrattenuta con i paesi euro, che è quella rilevante per il riequilibrio all’interno dell’area.
Sembrano quindi più vicine all’odierna situazione italiana le elasticità stimate dall'Fmi in assenza di deprezzamento del cambio (e senza, quindi, risposta delle esportazioni nette). Adottando queste valutazioni, il costo del consolidamento fiscale dell’Italia in termini di minore output si amplifica sensibilmente, risultando pari a poco meno di 5 punti percentuali nell’arco del triennio 2012-14; la flessione sarebbe più consistente nel prossimo biennio (-2 per cento all’anno nel 2012-13) e tenderebbe a estendersi al 2014. L’assenza della svalutazione ha dunque un’influenza fondamentale nell’inasprire l’impatto del consolidamento: solo per questo motivo ci si può attendere un’incidenza sul Pil all’incirca doppia rispetto a quanto sperimentato venti anni fa.
Ma anche tali quantificazioni non vanno del tutto bene. Non considerano il fatto che l’Italia non è sola nell’implementare severe misure di risanamento. L’austerità fiscale è perseguita praticamente dappertutto in Europa, anche dalla Germania. Gli effetti sul Pil quando molti paesi adottano contemporaneamente provvedimenti di austerità si accrescono. E ciò è particolarmente vero nel caso europeo dove gli intensi legami commerciali non fanno che amplificare la trasmissione tra le economie di interventi simultanei volti a comprimere le domande nazionali. Ma anche la possibilità di dolorose “svalutazioni interne” viene a essere preclusa nell’attuale contesto europeo: è impossibile che tutti i paesi riescano ad abbassare, allo stesso tempo e nella misura necessaria per il riequilibrio, i loro prezzi e costi rispetto a tutti gli altri partner.
Le simulazioni dell'Fmi, ottenute con una metodologia diversa dalle precedenti, consentono di avere un’idea dell’inasprimento dell’impatto restrittivo di azioni simultanee. (6) Delle varianti analizzate dal Fondo si considera quella in cui l’autorità monetaria non ha spazi per stimoli monetari, più vicina all’attuale condizione europea. Applicando le stime di elasticità al consolidamento italiano (caso C) la perdita di prodotto conseguente all’austerità fiscale si commisurerebbe in circa 8 punti percentuali nel prossimo triennio, con una caduta più forte concentrata nel biennio 2012-13 seguita da un parziale rimbalzo. È possibile che questo effetto risulti sovrastimato nella situazione italiana per il fatto che altrove, fuori dall’Europa, la corsa al consolidamento fiscale non è la regola. Tuttavia è lecito attendersi dalla simultaneità degli aggiustamenti europei un sostanziale rafforzamento dell’impatto depressivo rispetto al caso, più simile all’esperienza del 1992, in cui l’Italia sia la sola a risanare e non benefici di maggiori esportazioni nette. 
Qualunque sia lo scenario di base a cui i vari sviluppi presi in considerazione vengono applicati, la prospettiva che ne scaturisce è di una recessione significativa, in particolare se si considera la condizione di “deflazione coordinata” vigente in Europa; in quest’ultimo caso la perdita di prodotto potrebbe essere tale da mettere a rischio la riduzione del rapporto deficit/Pil. Soprattutto la recessione interviene non al picco di un ciclo espansivo, ma quando sono ancora aperte le ferite della flessione precedente. L’output gap è pressoché ovunque ampiamente negativo, i tassi di disoccupazione si situano ben al di sopra dei valori di equilibrio. Anche in un paese come l’Italia, affetto da bassa crescita di lungo periodo, la condizione attuale è quella di una economia che ha carenza di domanda, non di offerta. Le misure di austerità sottraggono ulteriormente domanda aggregata e conducono a un peggioramento del mercato del lavoro. Le misure di inclusione di giovani e donne e la prospettata riforma del mercato del lavoro perdono gran parte della loro efficacia in condizioni di disoccupazione di tipo keynesiano. Si è detto all’inizio che questa è la conseguenza dell’applicazione della regola europea. Essa è resa vieppiù cieca in tempi di crisi del debito: il risanamento deve realizzarsi subito indipendentemente dal ciclo, una prescrizione da anni Trenta. Certo si può sostenere che sono i mercati a imporlo. Ma questo è vero solo nell’attuale modus operandi di regole e rapporti di forza europei. È possibile immaginare, sono tanti a farlo, gestioni diverse della crisi meno costellate da errori e in cui un ruolo attivo, massiccio e convincente della Bce, nell’ambito degli attuali Trattati, riduca i timori degli investitori e allontani la prospettiva di avvitamento autodistruttivo delle economie europee.

(1) In realtà più di una concausa; sull’emergere di uno squilibrio interno tedesco con un settore manifatturiero ipertrofico, la mancata correzione e le ripercussioni che ne sono conseguite per le tensioni intra-area si rimanda all’articolo http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001966-351.html.
(2) L'Fmi ha fornito nell’ultimo biennio un contribuito fondamentale allo studio delle ripercussioni dei consolidamenti fiscali; cfr. Will it hurt? Macroeconomic Effects of Fiscal Consolidation, capitol 3 del World Economic Outlook di ottobre 2010; Guajardo, Leigh e Pescatori (2011), Expansionary Austerity: New International Evidence IMF Working Paper 11/58; Devries, Guajardo, Leigh e Pescatori (2011), A New Action-Based Dataset of Fiscal Consolidation, IMF Working Paper 11/128. La metodologia seguita negli studi del Fondo si basa su una attenta identificazione degli effettivi episodi di aggiustamento fiscale e su una stima panel della risposta media dell’output all’impulso dell’azione di consolidamento attraverso modelli autoregressivi nei tassi di crescita del Pil. In questo articolo faccio riferimento alle stime delle elasticità riportate nel World Economic Outlook di ottobre 2010.
(3) L’Italia è presente nel panel studiato dall'Fmi con 11 episodi di consolidamento fiscale, di cui 4 di grandi dimensioni (superiori o uguali all’1,5 per cento del Pil).
(4) Le elasticità riportate dall'Fmi sono riferite all’effetto cumulato in un biennio. L’identificazione dell’impatto annuale è qui ottenuta dall’evidenza grafica contenuta nel World Economic Outlook.
(5) Vedi http://www.bancaditalia.it/interventi/integov
(6) Le stime degli effetti di consolidamenti adottati simultaneamente da molti paesi sono ottenute sulla base di un modello di equilibrio generale dinamico multi-country.

venerdì 2 dicembre 2011

Per Natale un gesto che vale

Si stanno avvicinando le festività natalizie in un clima surreale che crea ansia e preoccupazioni in ognuno di noi. Le notizie che arrivano quotidianamente sul fronte economico non preannunciano nulla di buono per il futuro, ma proprio per questo dobbiamo cercare di reagire trovando motivazioni in qualcosa di positivo.
Capisco benissimo che sia un esercizio difficile, non lo nego, ma un suggerimento ce l'avrei.
I soldi che decideremo di utilizzare per i regali di Natale (pochi o tanti a seconda delle tasche di ognuno)spendiamoli con coscienza, in modo utile affinché possa diventare un regalo anche per altri.
 Decidiamo di comprare i regali di Natale da piccoli imprenditori, dalla bottega dell'artigiano, dal vicino che tira avanti col proprio negozio, dall'amica che crea oggetti unici, da chi resiste alla globalizzazione nei nostri territori ...... Facciamo in modo che i nostri soldi arrivino a gente comune che ne ha bisogno ... non alle multinazionali e ai grossi imprenditori che sottopagano i dipendenti e delocalizzano le imprese all'altro capo del mondo.... così facendo piu' persone potranno vivere un Natale felice.
Un gesto che non cambierà le sorti dell'economia, ma un segnale positivo per chi nel nostro paese lavora ancora con la sensibilità nei confronti del "bello", della "memoria", della "storia" delle antiche tradizioni, in una parola le nostre "Radici".
Facciamo per Natale un gesto che vale.

domenica 27 novembre 2011

Padova, imprenditore suicida per crisi Esplode la rabbia contro Equitalia

di Roberta Polese




Giancarlo Perin aveva 52 anni, una moglie, due figli, una bella casa. Era proprietario di una delle imprese edili storiche dell’Alta padovana, la Perin Fratelli srl. Venerdì scorso un suo dipendente lo ha trovato impiccato alla benna della gru nella sua ditta di Borgoricco. In un biglietto alla famiglia ha accennato alla crisi, a problemi economici. Chi lo conosce bene dice che temeva di non riuscire più a dare un futuro ai suoi dipendenti.
Effettivamente sembra che la Perin non pagasse la cassa edile dall’aprile scorso, e che avesse chiesto un finanziamento alla banca. Forse Giancarlo non ha avuto le risposte che voleva. Di certo ora quelle risposte le chiedono a gran voce imprenditori e sostenitori che stanno ingrossando sempre più le file degli indipendentisti veneti. “Veneto Stato”, movimento famoso per la “statua all’evasore” in un piccolo comune del Vicentino, si è presentato davanti alla sede di Equitalia a Padova, con bandiere, altoparlanti, striscioni e slogan. Primo tra tutti “Fratelli d’Italia? Non siamo neanche parenti”. L’obiettivo era dimostrare tutta la rabbia per sentirsi strangolati e oppressi da quelle che definiscono le “braccia armate” dello Stato: Equitalia, agenzia delle entrate, Finanza, tasse, ma soprattutto banche.
In onore di Giancarlo il centinaio di manifestanti, tenuti sotto stretta osservazione dalla polizia, hanno acceso alcuni lumini davanti al portone dell’agenzia in via Longhin, “in ricordo di Giancarlo e di tutti i veneti che soffrono per questo illegittimo martellamento esattoriale”, dice il presidente Lucio Chiavegato. La rabbia espolde solo a sentir nominare i ‘nemici’ della Lega. “Bossi è un traditore, Zaia ci chiede di comprare i Btp? Se li compri lui, qui c’è gente che si mette una corda al collo pur di non licenziare i dipendenti”. Una delegazione di manifestanti viene ricevuta a metà mattina da Maurizio Trevisan, capo dell’ufficio provinciale. L’incontro dura una decina di minuti. “Gli abbiamo dato un ultimatum – dice la ‘pasionaria’ imprenditrice Patrizia Badii, fiorentina di nascita e veronese di adozione – o ritirano tutti i loro bollettini o noi non paghiamo, gli abbiamo detto di guardarsi le spalle, chi medita il suicidio per debiti può commettere qualsiasi follia”.
Veneto Stato nasce nel settembre del 2010 e mette insieme le spinte indipendentiste che ruotano attorno al Partito Nazionale Veneto. Lo Statuto, scritto in dialetto, chiede un referendum e il riconoscimento del Veneto come Stato membro dell’unione erupea. Bandiera del movimento, che non ama definirsi partito, è l’evasione fiscale come segno di protesta. La notizia dell’imprenditore suicidatosi in azienda ha lasciato tutti sconvolti: “Ci siamo riconosciuti in lui – afferma la Badii – qui ci si ammala, c’è gente che va in depressione, che perde i capelli, ci strangolano per i prestiti e appena saltiamo una rata ci saltano al collo”.
Il tam tam organizzativo è arrivato anche a Brescia e Bergamo. Gli imprenditori delle altre regioni in Veneto vengono ironicamente chiamati stranieri, ma la gente qui ha poca voglia di scherzare. “Tre anni fa ho aperto un’attività a Genova, ho dovuto chiudere, mi sono ritrovata una cartella da 15milia euro – dice Antonella Clementi, anche lei davanti a Equitalia a manifestare – avevo versato i contributi dei miei dipendenti ma non i miei, sono dovuta tornare a casa dei miei genitori a Brescia, ho 52 anni e due figlie, non dico a nessuno dove sono perché ho paura che mi vengano a cercare”.



- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

domenica 20 novembre 2011

Chi salva l'artigiano?

Annotiamo l'ennesima tragedia che ha colpito il mondo del'artigianato, con buona pace dell'opinione pubblica e la "normalità"con cui i media riportano la notizia. Mi riferisco alla triste vicenda dell'imprenditore edile di Borgoricco suicida perché strozzato dai debiti che la sua azienda aveva con le banche. I commenti delle persone che lo conoscevano, ci parlano di una persona perbene, attaccato al suo lavoro, uno di noi insomma. L'ennesima persona perbene vittima di questa crisi, che sembra non finire mai.
Cosa dire davanti a simili eventi, quando le parole ti mancano e il pensiero inevitabilmente va ai cari che rimangono soli, attoniti e angosciati di fronte a queste tragedie?
Il silenzio in rispetto del dolore dei familiari sarebbe dovuto, ma la frequenza con cui avvengono queste vicende deve portarci ad urlare il nostro "BASTA".
Sappiamo benissimo perché onesti imprenditori arrivano a tanto, e la parola che sintetizza al massimo tutto questo è :  CRISI.
Ma sappiamo bene da dove arriva questa crisi! Arriva dalle banche e dal mondo finanziario e nonostante sia palese a tutti, la crisi la pagano le imprese e le famiglie.
Chi ha causato questo disastro mondiale non solo è stato salvato con risorse pubbliche (e già questo è inaccettabile), ma addirittura sta traendo il massimo profitto sulle disgrazie che hanno causato nel nostro mondo e tra le nostre imprese!
La ricchezza nasce dalla "produzione" mentre la "finanza" la sottrae a chi la produce e la concentra nelle mani di pochi.
E allora  mi chiedo CHI SALVA L'ARTIGIANO, la sua impresa e la sua famiglia? Chi lo salva dallo strapotere delle banche?
Non lo salverà di certo la politica! Assistiamo tutti  inermi e senza reazione alle vicende attuali, dove la politica si è arresa ai poteri forti economici e ci sta preparando ai sacrifici che saranno necessari per ripianare i loro errori,commessi in tutti questi anni di malgoverno, senza pagarne il minimo obolo per giunta.
Non lo salverà nemmeno le associazioni di categoria, prone e servizievoli nei confronti dei politici forti di turno, in attesa magari di poter raccogliere le briciole di potere e i privilegi che ne derivano, lasciate dalla politica .
Rimane solo la coscienza di tutti noi, perché sappiamo che tutto ciò che sta avvenendo è profondamente sbagliato e ingiusto! Dobbiamo riprendere la consapevolezza che il cambiamento può avvenire solo dal basso, cioè da noi cittadini, imprese e famiglie!
La consapevolezza che si può e si deve fare, prima che succedano cose irreparabili.
Perché è questo il pericolo che la nostra società corre.
Riprendiamoci la rappresentanza, a tutti i livelli, facciamolo e presto!


domenica 13 novembre 2011

Il rapporto UE sulla competitività boccia l’Italia per il carico burocratico sulle imprese

 

La Commissione Europea ha pubblicato lo scorso 14 ottobre il rapporto “Politica industriale: rafforzare la competitività”, che esamina in modo specifico i risultati dell’industria relativamente alla competitività nel mercato unico, oltre alle misure che gli stati membri hanno posto in essere per migliorarla. Il giudizio per l’Italia è piuttosto duro, in particolare per quanto riguarda il potenziale di crescita e il carico burocratico che le imprese italiane sono costrette a sopportare, il più gravoso tra i 27 paesi UE.
“Pur mantenendo una base industriale diversificata e per certi versi competitiva a livello globale, il potenziale complessivo di crescita dell’Italia è ragione di preoccupazione” annuncia la Commissione UE all’interno del dossier, realizzato dai servizi del commissario all’Industria Antonio Tajani. Gli ostacoli burocratici sembrano inoltre rappresentare un problema concreto: leggi, permessi e regolamenti sul lavoro obsoleti contribuiscono a rendere il sistema istituzionale italiano il più penalizzante per il business. In questo senso, il paese più favorevole è stato individuato nella Finlandia.
L’Italia si caratterizza inoltre per la scarsa produttività nel lavoro, seppur di non molto inferiore alla media, e si posiziona tra i paesi che possiedono tecnologie meno avanzate assieme a Grecia e Portogallo: a malapena il 55% delle imprese viene definito “innovativo”, contro l’80% della Germania.
Tutti fattori che minano il vantaggio competitivo delle nostre imprese rispetto a quelle degli altri Paesi UE. In particolare se si considera che nel contesto europeo si registra una timida e piuttosto fragile ripresa generale e il sistema economico risulta caratterizzato da un certo pessimismo che pone l’Europa a rischio di una flessione della crescita.

http://www.fondazioneimpresa.it/archives/2562

lunedì 7 novembre 2011

Sos lavoro:a rischio estinzione molti lavori dell’artigianato e dell’agricoltura


HPIM0164.JPGA lanciare l’sos è la CGIA di Mestre: nei prossimi 10 anni sono a rischio estinzione molte professioni manuali dell’artigianato e dell’agricoltura che potrebbero comportare la perdita di almeno 385.000 posti di lavoro.
Quali sono le principali esperienze lavorative che rischiano di scomparire ? Secondo l’elaborazione degli artigiani mestrini, la lista include gli allevatori di bestiame nel settore zootecnico, i braccianti agricoli e una sequela di mestieri artigiani come i pellettieri, i valigiai, i borsettieri, i falegnami, gli impagliatori, i muratori, i carpentieri, i lattonieri, i carrozzieri, i meccanici auto, i saldatori, gli armaioli, i riparatori di orologi e di protesi dentarie, i tipografi, gli stampatori offset, i rilegatori, i riparatori di radio e Tv, gli elettricisti, gli elettromeccanici, addetti alla tessitura e alla maglieria, i sarti, i materassai, i tappezzieri, i dipintori, gli stuccatori, i ponteggiatori, i parchettisti e i posatori di pavimenti.
Infine, in questa mappa delle principali professioni a rischio estinzione, troviamo anche delle figure professionali più “generiche” come gli autisti, i collaboratori domestici, gli addetti alle pulizie, i venditori ambulanti, gli usceri e i lettori di contatori.
Come si è giunti alla mappatura di queste categorie ? Innanzitutto la CGIA ha calcolato il numero di occupati presenti oggi nelle principali professioni manuali compresi nella fascia di età che va tra i 15 ed i 24 anni e in quella tra i 55 ed i 64 anni.
Dopodichè ha misurato il tasso di ricambio, riuscendo così a stilare una prima graduatoria per mestieri. Infine ha stimato il numero delle figure che, presumibilmente, verranno a mancare nei prossimi 10 anni per ciascuna attività (*).
“Premesso che non siamo in grado di prevedere se nei prossimi anni cambieranno i fabbisogni occupazionali del mercato del lavoro italiano – esordisce Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA – siamo comunque certi di tre cose. La prima: fra 10 anni la grandissima parte degli over 55 censiti in questa mappa lascerà il lavoro per raggiunti limiti di età. La seconda: visto il forte calo delle nascite avvenuto in questi ultimi decenni, nel prossimo futuro si ridurrà ancora di più il numero dei giovani che entreranno nel mercato del lavoro, accentuando così la mancanza di turn-over. La terza: se teniamo conto che i giovani ormai da tempo si avvicinano sempre meno alle professioni manuali, riteniamo che il risultato ottenuto in questa elaborazione sia molto attendibile.”
Come si può invertire questa tendenza ?
“Difficile trovare una soluzione – prosegue Bortolussi – che in tempi ragionevoli sia in grado di colmare un vuoto culturale che dura da più di 30 anni. Innanzitutto bisogna rivalutare, da un punto di vista sociale, il lavoro manuale e le attività imprenditoriali che offrono queste opportunità.
Per molti genitori – prosegue il segretario della CGIA – far intraprendere un mestiere al proprio figlio presso un’azienda artigiana è l’ultimo dei loro pensieri. Si arriva a questa decisione solo se il giovane è reduce da un fallimento scolastico, per cui l’occupazione presso un laboratorio artigiano diventa un ‘refugium peccatorum’.
Per questo è necessario avvicinare la formazione scolastica al mondo del lavoro. Attraverso le riforme della scuola avvenute in questi ultimi anni e, soprattutto, con il nuovo Testo unico sull’apprendistato approvato nel luglio scorso – conclude Bortolussi – qualche passo importante è stato fatto. Ma non basta. Bisogna fare una vera e propria rivoluzione culturale per ridare dignità, valore sociale e un giusto riconoscimento economico a tutte quelle professioni dove il saper fare con le proprie mani costituisce una virtù aggiuntiva che rischiamo di perdere”.
(*) risultato ottenuto dalla differenza tra il n° di occupati fra gli over 55 e quelli fra gli under 24